Anche se temporaneamente accantonata, la questione su quale forma avrebbe dovuto assumere lo stato italiano dopo la fine della guerra rimase uno dei maggiori problemi politici aperti. La maggior parte delle forze che sostenevano il CLN erano apertamente repubblicane, sia per impostazione politica di fondo, sia perché imputavano alla monarchia, ed in modo particolare a Vittorio Emanuele III, la responsabilità  di aver permesso al fascismo di affermarsi, di governare l'Italia per venti anni e di averla coinvolta in una disastrosa guerra di aggressione. L'idea repubblicana, in Italia, aveva avuto il suo antesignano in Giuseppe Mazzini, uno dei propugnatori dell'unità  d'Italia nel XIX secolo e proprio agli ideali mazziniani si ricollegava il movimento Giustizia e Libertà , nato per opera dei fratelli Rosselli nell'ambito dell'opposizione clandestina al fascismo, che rappresentava, nel 1944/1945, la seconda, per rilevanza desumibile dal collegamento con le unità  partigiane, forza del CLN (il partito politico collegato al maggior numero di formazione partigiane era il partito comunista italiano). L'accordo conclusivo fu di indire, al termine della guerra e non appena le condizioni generali lo avessero reso possibile, un referendum sulla forma dello stato. Insieme a questo referendum, sarebbe anche stata indetta una votazione per eleggere un'assemblea che avrebbe avuto il compito di redigere una nuova carta costituzionale. Una parte dei sostenitori della monarchia premeva affinché Vittorio Emanuele III abdicasse, in modo da poter giungere al referendum con a capo del paese una figura non compromessa con il precedente regime. Il figlio di Vittorio Emanuele, Umberto, oltre che godere di una certa popolarità  anche consolidata dal fascino personale, si era tenuto abbastanza defilato durante la guerra e questo faceva sperare che potesse recuperare alla causa monarchica parte del consenso perduto.

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