Umberto di Savoia lasciò l'Italia subito dopo il referendum, pur non riconoscendone la validità  e rifiutandone i risultati; non rinunciò mai ufficialmente alla corona, sebbene vada crescendo di credito l'ipotesi che la scelta di non avallare la reazione forzosa dei monarchici sia stata effettivamente intesa pro bono pacis. Prima di partire, affidò agli italiani la Patria e li sciolse (ciò che riguardava principalmente i militari) dal giuramento di fedeltà  al Re.

La nuova costituzione repubblicana, elaborata dall'assemblea eletta in contemporanea al referendum, venne integrata con alcune disposizioni transitorie tra cui la XIII, che prescriveva il divieto di entrare in Italia per i discendenti maschi di Umberto. Questa disposizione fu abolita nell'ottobre 2002, dopo un dibattito in parlamento e nel Paese durato molti anni e Vittorio Emanuele, figlio di Umberto, poté entrare in Italia con la sua famiglia nel dicembre successivo per una breve visita, che si rivelerà  poi ben presto non avere solo un fine di carattere turistico nostalgico. Infatti nell'ottobre del 2007 i Reali di Casa Savoia, rivendicano al Governo Italiano non solo parte dei beni ad essi avocati, ma una clamorosa richiesta di risarcimento danni per un esilio di 54 anni.

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