Alcide de Gasperi presidente dal 13 giugno al 1° luglio 1946

Per quanto ricopra la carica per soli diciannove giorni, dal 13 giugno al 1° luglio 1946, Alcide De Gasperi è ricordato per essere stato il primo Capo provvisorio dello Stato dell’Italia repubblicana.

A norma di quanto disposto dal decreto legislativo luogotenenziale 16 marzo 1946 n. 98, nel periodo compreso tra la deliberazione del Consiglio dei Ministri che aveva registrato l’avvenuta instaurazione della Repubblica (13 giugno 1946, ore 00.15) e il giuramento del Capo provvisorio dello Stato Enrico De Nicola (1 luglio 1946, ore 12.00), De Gasperi era stato chiamato ad esercitare le funzioni di Capo provvisorio dello Stato

alcide de gasperi presidente

Nato il 3 aprile del 1881 a Pieve Tesino nel Trentino asburgico, da Amedeo e Maria Morandini, primo di quattro figli, all’interno dell’Impero Austro-Ungarico trascorrerà più della metà della propria vita, ivi formandosi sul piano spirituale e culturale prima, e facendo le prime esperienze politiche dopo, nel Consiglio comunale di Trento e al Parlamento asburgico, immune dal trauma del dissidio tra Chiesa cattolica e Stato italiano e dalle conseguenze del non expedit, temi che accomunano invece gli esponenti del mondo cattolico italiano impegnati, in quegli anni, sul piano sociale e politico.

Sviluppa piuttosto, da rappresentante di una minoranza etnica all’interno di un grande impero multinazionale, grande sensibilità per i temi delle autonomie e per le questioni internazionali. Tali “anomalie” ne faranno un personaggio unico nel panorama politico italiano quando, alla caduta del fascismo, saprà chiamare il cattolicesimo italiano ad assumere la responsabilità di guidare il Paese e ad accettare, pienamente, i postulati di una democrazia “cristiana” nei valori di ispirazione ma “laica” negli strumenti di conduzione.

L’eccesso di “continuismo” e di indulgenza verso il personale già utilizzato dal fascismo, addebitati talora a De Gasperi nella sua opera ricostruttiva, vanno correlati al suo antifascismo che “non riguarda la tessera, ma l’animus, i metodi della vita pubblica”, come ebbe a scrivere a Sergio Paronetto nell’ottobre 1943. Definendo il fascismo “l’esempio più essenziale dell’antilibertà demagogica”, scrive: “l’antifascismo, cui dobbiamo ancora tenere, non è quello impastato di rappresaglie, di bandi e di esecuzioni, ma è il criterio che ci serve a identificare, misurare e giudicare gli stessi antifascisti, la mentalità antilibertaria della dittatura borghese-repubblicana, militare-monarchica o proletario-comunista, la passione rivoluzionaria dei comitati di salute pubblica, l’ambizione giacobina di improvvisare riforme, la suggestione del nuovo, dell’ardito a qualunque costo”.

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