Situazione delle forze armate

L’esercito era sicuramente la forza armata peggiore che la nazione italiana possedeva. Delle 72 divisioni che Mussolini sbandierava di avere all’alleato tedesco, solo una ventina erano realmente in grado di combattere. Per di più di queste venti, alcune si trovavano sparpagliate nei vari territori che l’Italia aveva conquistato oltre confine (Albania, Etiopia).

Altra nota dolente era l’equipaggiamento: le uniformi non erano sufficienti per i 6 milioni di soldati che in teoria componevano l’esercito, mentre per quanto riguarda i mezzi di trasporto, indispensabili per una guerra moderna fatta di rapidi movimenti sul campo, la situazione era anche peggiore poiché erano disponibili solo 53.000 mezzi (compresi i trattori e le ambulanze) quando, a titolo di esempio, l’esercito belga ne possedeva 90.000 e quello tedesco addirittura 500.000.

La mancanza di materie prime costrinse gli italiani a dover combattere con carri armati leggerissimi se paragonati a quelli russi o inglesi, e a continui spostamenti a passo di marcia per la cronica mancanza di benzina. Delle tre forze armate la marina era quella che sicuramente all’inizio del conflitto era in condizioni migliori: le navi non mancavano (la Regia Marina contendeva alla Marine Nationale francese la quarta posizione fra le principali flotte da guerra) ed erano relativamente moderne.L’Italia inoltre possedeva la più grande flotta sottomarina del mondo (anche qui in concorrenza, stavolta con l’Unione Sovietica). I punti deboli Marina italiana furono: una serie di scelte strategiche profondamente errate, tra cui quella di non dotarsi di navi portaerei (secondo l’idea dell’Ammiraglio d’Armata Domenico Cavagnari, Sottosegretario di Stato per la Marina, l’Italia stessa era una immensa portaerei protesa nel Mediterraneo); non dotarsi di una aviazione di marina dotata di aerosiluranti ,nonostante l’industria italiana li esportasse verso altri Paesi fino alla metà degli anni ’30; un coordinamento pessimo, se non inesistente, con le forze aeree; una mancanza assoluta, all’inizio del conflitto, di un piano strategico qualsiasi, se non stare sulla difensiva; una penuria cronica di carburanti, le cui risorse erano state bruciate dalle imprese militari di Spagna ed Etiopia negli anni ’30 (tanto che, dallo scoppio del conflitto, la Regia Marina sarà costretta a dipendere quasi esclusivamente dai rifornimenti tedeschi); il grave ritardo, infine, sulle moderne strumentazioni necessarie ad una guerra navale a tutto campo (come il radar, il sonar, il radio goniometro etc.).

Questi ritardi furono evidentissimi nell’impiego delle forze sottomarine che, per quanto inizialmente imponenti, ottennero dei successi molto limitati subendo nel contempo perdite gravissime. C’è poi da considerare il fatto che, a differenza delle altre maggiori potenze, l’Italia disponeva di risorse economiche limitate. Dopo aver impiegato grosse somme per l’ammodernamento delle quattro corazzate rimaste dopo il primo conflitto mondiale, e per la costruzione di quattro nuove modernissime corazzate (la classe Littorio) non rimaneva molto, e le nuove costruzioni navali durante il conflitto furono limitatissime, ridicolmente inferiori a quelle delle altre maggiori marine (la sola Germania costruì durante la guerra circa cinquecento sommergibili).La marina ,quasi sempre senza protezione aerea indispensabile nel conflitto in corso, limitò la sua attività  alle scorte dei convogli nel Mediterraneo e non avrà che un ruolo secondario nel conflitto (cosa assurda vista la primaria importanza della guerra navale per un Paese come l’Italia), subendo quasi sempre dolorose sconfitte nelle rare occasioni in cui i comandanti in mare venivano autorizzati a confrontarsi col nemico a viso aperto.E’ indicativo il fatto che i maggiori risultati contro le forze navali avversarie (come l’affondamento di due navi da battaglia britanniche nel porto di Alessandria da parte dei Siluri a Lenta Corsa, noti come “Maiali”, o dell’incrociatore pesante York da parte dei “barchini esplosivi”), furono ottenuti dal naviglio leggero e dai cosiddetti mezzi d’assalto. L’ingegno, la preparazione ,il coraggio del personale se non addirittura l’eroismo di molti comandanti di navi e sommergibili (questi ultimi soprattutto in Atlantico), non furono tuttavia sufficienti a supplire alla sconsiderata gestione della guerra da parte dei comandi superiori e di Mussolini.

La Regia Aeronautica possedeva già dagli anni ’30 una discreta fama dovuta anche alle imprese di Italo Balbo ed era considerata all’inizio del conflitto una delle forze aeree più forti del mondo, tanto da essere temuta persino dai comandi della Royal Air Force britannica. La realtà era ovviamente diversa: dei 5.240 aerei esistenti il 10 giugno 1940, solo 3296 erano da combattimento, e di questi solo 1796 di pronto impiego. Molti meno erano quelli realmente validi e utilizzabili in un reale contesto bellico. Contrariamente alle aviazioni dell’alleato tedesco e degli avversari, quella italiana non mise a frutto le teorie formulate proprio da due ufficiali italiani, contrapposte ma egualmente efficaci, della guerra aerea indipendente e del bombardamento strategico e terroristico dei paesi avversari (Giulio Dohuet), e dell’aviazione tattica che agisse in strettissima cooperazione con le forze di terra (Amedeo Mecozzi). I pochi aerei pronti all’impiego erano ormai già superati, o stavano per esserlo. I nuovi modelli giunsero tardi e in quantità  sempre insufficienti a ripianare le perdite. Inoltre, l’industria italiana non fu in grado di produrre motori neanche lontanamente paragonabili a quelli inglesi o tedeschi, tanto da dover utilizzare motori tedeschi su concessione per realizzare modelli realmente validi, come i caccia “serie 5”.