Dal regno d’Italia al Fascismo

La storia d’Italia è indissolubilmente legata alla storia dello Stato che unificò l’Italia sotto un’unica guida, il Regno di Sardegna. Fu creato sulla carta da Papa Bonifacio VIII nel 1297, con la denominazione di Regno di Sardegna e Corsica per risolvere la crisi politica e diplomatica tra corona d’Aragona e ducato d’Angiò sulla Sicilia (la guerra del vespro). La realizzazione concreta del Regno di Sardegna vedrà  dapprima la guerra dei catalano-aragonesi contro i pisani.Ferdinando

II di Aragona e Isabella di Castiglia si sposarono a Valladolid il 17 ottobre 1469, con un accordo conosciuto anche come la concordia di Segovia, nel 1475, i due sovrani avevano giurato di non fondere le due corone in un unico Stato e ciascuna entità  conservò le sue istituzioni e le sue leggi. Entrambi infatti si fregiavano del titolo di Re di Sardegna. Con il matrimonio della loro figlia Giovanna con Filippo d’Asburgo e la nascita di Carlo V, la corona passò alla dinastia austriaca, prima di Spagna, poi da quelli d’Austria (1708). A seguito della guerra di successione spagnola e del trattato dell’Aia (20 febbraio 1720) la corona passò a Vittorio Amedeo II di Savoia.Lo Stato si estinse nel 1861 con la proclamazione del Regno d’Italia da parte del suo XXIV e ultimo sovrano, Vittorio Emanuele II di Savoia.Umberto Biancamano nel 1032 ottenne dall’imperatore Corrado II la signoria della Savoia, della Moriana e d’Aosta. Attraverso varie successioni ereditarie, i Savoia ingrandirono nel tempo i loro territori a cavallo tra le Alpi Occidentali. Prima conti, poi duchi, nel 1416 ottennero pure il titolo nominale (senza territori) di re di Gerusalemme lasciato in eredità  da Carlotta di Lusignano.Riuscirono abilmente nel XVII e nel XVIII secolo a difendersi dalle mire espansionistiche del regno di Francia mantenendo tenacemente la loro autonomia. Da quando poi Emanuele Filiberto di Savoia spostò la capitale da Chambàry a Torino per meglio difendersi dagli attacchi nemici, la dinastia prese le redini della storia piemontese mantenendo il dominio sul ducato prima e sul Regno di Sardegna poi, fino alla unità  d’Italia.

Nel 1720, con l’istituzione sovrana vennero a pieno titolo annoverati fra le grandi casate d’Europa, fregiandosi dei titoli di: Re di Cipro, di Gerusalemme, d’Armenia; duchi di Savoia, di Monferrato, Chablais, Aosta e Genova; principi di Piemonte ed Oneglia; marchesi di Saluzzo, Susa, Ivrea, Ceva, Maro, Oristano, Sezana; conti di Moriana, Genova, Nice, Tenda, Asti, Alessandria, Goceano; baroni di Vaud e di Faucigny; signori di Vercelli, Pinerolo, Tarantasia, Lumellino, Val di Sesia; principi e vicari perpetui del Sacro Romano Impero in Italia.Il 17 marzo 1861 ottennero la corona di Re d’Italia. Nel 1936 Vittorio Emanuele III di Savoia fu proclamato Imperatore d’Etiopia, e nel 1939 Re d’Albania.Dopo la Restaurazione, che aveva portato al ritorno degli antichi sovrani e alla cessione di regioni italiane all’Austria portarono alla nascita di forti ideali patriottici. Nacque così la Carboneria e si diffuse proprio nelle regioni cedute agli austriaci e in Romagna, grazie anche a Piero Maroncelli. I primi moti carbonari nella penisola italiana vi furono nel 1820-21 e colpirono il Regno di Napoli nel luglio 1820 e il Piemonte nel marzo 1821. A Napoli il sovrano fu costretto a cedere la costituzione, obiettivo dei carbonari, ma l’intervento degli austriaci riportò tutto come prima, e stessa cosa nel Regno di Sardegna. Contemporaneamente in Lombardia e Veneto vi furono molti processi, i più famosi al conte Federico Confalonieri, a Silvio Pellico e Piero Maroncelli. Nonostante le sconfitte subite la carboneria continuò ad esistere e si ripresentò sulla scena politica nel 1830, in particolare nel Ducato di Modena e nello Stato Pontificio, venendo per la seconda volta repressa. Il risultato fu il decadimento della carboneria e la nascita della Giovane Italia, movimento anch’esso segreto fondato da Giuseppe Mazzini nel 1831.

Dopo aver trovato una discreta adesione Mazzini decise di organizzare i primi moti in terra sabauda, ma questi vennero scoperti ancor prima di iniziare e fallirono. Nonostante ciò il Re Carlo Alberto di Savoia cambiò la sua linea politica e alcuni anni dopo, nel 1848 concesse la costituzione, nota come Statuto Albertino, temendo reazioni pericolose alla monarchia. Prima di questo si verificarono altri tentativi. Il più noto è quello dei Fratelli Bandiera, italiani appartenenti alla marina austriaca che tentarono di sollevare il sud, ma vennero catturati, anche grazie alla popolazione che li riteneva briganti, e fucilati.Monumento a Carlo Cattaneo, protagonista delle Cinque Giornate di MilanoDopo le campagne napoleoniche, spinte nazionali e nazionalistiche appoggiate dai Savoia, che videro in queste l’opportunità  di allargare il proprio Regno di Sardegna, portarono ad una serie di guerre di indipendenza contro l’Impero Austro-Ungarico.Nel 1848 cominciarono a manifestarsi varie insurrezioni nei domini sottoposti agli austro-ungarici, in particolare a Venezia e Milano, famose appunto le cinque giornate di Milano, che si conclusero il 22 marzo con la vittoria della popolazione locale e l’abbandono da parte del maresciallo austriaco Radetzky della città .Visti i successi ottenuti dalle due città  Carlo Alberto di Savoia decise di entrare in azione il 23 marzo dando inizio alla prima guerra di indipendenza italiana. Oltre al Re di Sardegna parteciparono alla guerra altri vari stati italiani, come lo Stato della Chiesa, il Granducato di Toscana e il Regno delle Due Sicilie, che fornirono uomini per la guerra. L’inizio del conflitto fu favorevole agli stati italici, con varie vittorie, a Pastrengo, la Battaglia di Santa Lucia a Verona, poi Peschiera e Goito. Ma il papa ritirò le sue truppe dal conflitto temendo una reazione religiosa austriaca che avrebbe potuto provocare uno scisma.

In questa azione fu seguito dal Re delle Due Sicilie Ferdinando II di Borbone. Rimasero quindi a combattere i volontari e gli austriaci poterono rafforzarsi e con una potente controffensiva ripresero gran parte delle città  perse e il 4 agosto Carlo Alberto firmò l’armistizio. Dopo una breve tregua nel marzo 1849 venendo presto sconfitto. Fu quindi costretto ad abdicare in favore del figlio Vittorio Emanuele II. Tra le città  che si erano ribellate al dominio austriaco l’anno precedente l’unica a resistere fu Venezia, caduta però nell’agosto 1849 per un’epidemia di colera.La prima guerra di indipendenza si concluse con la vittoria austriaca e i Savoia non riuscirono ad ampliare i propri possedimenti nel tentativo di riunificare la penisola.Nel 1852 divenne primo ministro del Regno Sabaudo Camillo Benso Conte di Cavour, il quale attuò numerose riforme economiche al fine di rendere lo stato di Sardegna più moderno, aumentando le ferrovie, ampliando il porto di Genova e favorendo la nascita dell’industria, fino ad allora inesistente nel Paese.Nel 1855 il Regno di Sardegna, sotto indicazione di Cavour, partecipò alla guerra di Crimea, inviando 150000 uomini. Questa partecipazione permetterà al regno sabaudo di essere presente al congresso di Parigi l’anno seguente e il primo ministro attaccando il comportamento austriaco e creandosi simpatie tra inglesi, francesi e prussiani.Ricevuti pareri favorevoli all’azione da Napoleone III nel 1858 i due strinsero un accordo segreto a Plombières, con il quale i francesi avrebbero sostenuto i Savoia in caso di attacco austriaco a patto che fossero gli austriaci ad attaccare. I due però avevano scopi opposti: Cavour riteneva che controllando la parte più sviluppata d’Italia avrebbe di fatto controllato l’intera penisola, mentre Napoleone III era convinto che avendo sotto il suo dominio i due terzi della penisola, avrebbe di fatto controllato anche il Piemonte.Adottando un comportamento provocatorio nei confronti degli austriaci Cavour riuscì nell’intento di farsi dichiarare guerra, dando inizio alla seconda guerra di indipendenza italiana, che iniziò il 29 aprile 1859. Gli austriaci, sotto la guida del maresciallo Ferencz Gyulai, inizialmente invasero il Piemonte, senza incontrare resistenze. Un contrordine proveniente da Vienna impose poi il ritiro in Lombardia. L’arrivo di Napoleone III, il 14 maggio, diede il via alle operazioni militari.

Il 20 maggio si ebbe il primo e vero scontro a Montebello, che vide la vittoria franco-italica. Dieci giorni dopo i piemontesi riportarono un’altra vittoria a Palestro, sotto la guida stessa di Vittorio Emanuele II. I francesi, invece, batterono gli austro-ungarici a Turbigo e Magenta. Il 5 giugno venne poi presa Milano. Nei giorni successivi gli austriaci vennero respinti in Veneto e, a questo punto, Napoleone III cominciò le trattative, a insaputa dei piemontesi, che terminarono con la cessione della Lombardia.Gli accordi di Plombières, prevedevano però la conquista del Veneto e Cavour deluso tentò, senza successo di convincere il re a continuare da solo. Terminata la seconda guerra di indipendenza alcuni ducati vollero unirsi allo stato sabaudo ed erano Modena, Parma, Emilia, Romagna e Toscana. Gli accordi di Plombières prevedevano però la cessione di Nizza e della Savoia, cosa che provocò varie proteste, in quanto non era stata mantenuta la promessa di conquistare anche il Veneto.Il Regno di Sardegna comprendeva a questo punto Piemonte, Sardegna, Lombardia, Emilia Romagna, Liguria e Toscana, mentre rimanevano escluse Umbria, Marche e Lazio, sottoposti al dominio pontificio, oltre al sud.Venne così organizzata nel 1860 la spedizione dei Mille, che sotto la guida di Giuseppe Garibaldi conquistò il sud e contemporaneamente i Piemontesi discesero da nord e riuscirono ad unificare sotto i Savoia gran parte della penisola con lo storico incontro di Taverna della Catena tra il Re Vittorio Emanuele II e il Generale Giuseppe Garibaldi, il 26 ottobre 1860.Mancavano ancora Veneto e Friuli, Roma, Trentino-Alto Adige e Venezia Giulia. Il parlamento sardo decise allora di proclamare nel 1861 il Regno d’Italia consegnando la corona a Vittorio Emanuele II ai sui eredi. Lo statuto albertino venne esteso a tutto il Regno.Per conquistare Veneto e Friuli nel 1866 il Regno d’Italia dichiarò guerra all’Austria alleandosi con la Prussia e dando così iniziò alla terza guerra di indipendenza. Le sconfitte però furono molte, le più famose a Custoza e Lissa. Gli unici successi vennero ottenuti da Garibaldi.

La vittoria prussiana, però, fu d’aiuto all’Italia, che poté quindi richiedere l’annessione di Veneto e Friuli.Mancava Roma e per due volte Giuseppe Garibaldi ne tentò la conquista con i suoi volontari: nel 1862 e nel 1867, venendo fermato nel primo caso dalla truppe italiane, nel secondo dall’esercito francese, che anche nel 1862 aveva costretto l’esercito regio a intervenire.La guerra con la Prussia contro la Francia e la sconfitta di Napoleone III portarono ad una mossa militare da parte dell’Italia contro Roma, che il 20 settembre 1870 venne conquistata grazie alla Breccia di Porta Pia. Si venne però a determinare una profonda frattura tra Stato italiano e Chiesa, formalmente sanatasi con i Patti Lateranensi del 1929.Lo stato italiano nacque nel 1861 dopo l’esito della seconda guerra d’indipendenza e dopo i plebisciti degli altri territori conquistati. Con la prima convocazione del Parlamento italiano del 18 febbraio 1861 e la successiva proclamazione del 17 marzo, Vittorio Emanuele II fu il primo re d’Italia (1861-1878).La popolazione, rispetto l’originario Regno di Sardegna, quintuplicò. Il neonato Stato quindi si ritrovò, fin dai primi tempi, a tentare di risolvere problemi di standardizzazione delle leggi, le casse statali vuote per le spese belliche, di creazione una moneta unica per tutta la penisola, e più in generale problemi di gestione per tutte le terre improvvisamente acquisite.A questi problemi, se ne aggiungevano altri, come ad esempio l’’analfabetismo e la povertà  diffusa, nonché la mancanza di infrastrutture. Istituzionalmente e giuridicamente, il Regno d’Italia venne configurandosi come un ingrandimento del Regno di Sardegna, esso fu infatti una monarchia costituzionale, secondo la lettera dello statuto albertino concesso a Torino nel 1848. Il Re nominava il governo, che era responsabile di fronte al sovrano e non al parlamento; il Re manteneva inoltre prerogative in politica estera e, per consuetudine sceglieva i ministri militari (Guerra e Marina).

Il diritto di voto era attribuito, secondo la legge elettorale piemontese del 1848, in base al censo; in questo modo gli aventi diritto al voto costituivano appena il 2% della popolazione. Le basi del nuovo regime erano quindi estremamente ristrette, conferendogli una grande fragilità .Il questione che tenne banco nei primi anni della riunificazione d’Italia fu la questione meridionale ed il brigantaggio antisabaudo delle regioni meridionali (soprattutto tra il 1861 e il 1869). Il problema era noto come la “questione meridionale”. Ulteriore elemento di fragilità  era costituito dall’ostilità  della Chiesa cattolica e del clero nei confronti del nuovo Stato, ostilità  che si sarebbe rafforzata dopo il 1870 e la presa di Roma (questione romana).Nel gennaio 1861 si tennero le elezioni per il primo parlamento unitario. Su quasi 26 milioni di abitanti, il diritto a votare fu concesso a solo a 419.938 persone (circa l’1,8% della popolazione italiana). L’affluenza alle urne fu del 57%.La Destra storica, erede di Cavour ed espressione della borghesia liberal-moderata, vinse queste elezioni. I suoi esponenti erano soprattutto grandi proprietari terrieri e industriali, e personalità  legate all’ambito militare (Ricasoli, Sella, Minghetti, Spaventa, Lanza, La Marmora, Visconti Venosta).In generale adottarono un sistema fortemente accentrato, accantonando i progetti di autonomie locali proposti da Marco Minghetti. Tra i provvedimenti prioritari perseguiti dal nuovo governo ci fu il risanamento finanziario dello Stato. Il governo mise quindi nuove tasse sui beni di consumo, che colpì soprattutto le persone meno abbienti, causando scontento popolare. L’obbiettivo fu raggiunto nel 1876, quando si riuscì ad avere il pareggio finanziario del bilancio. Un altro grave problema che affliggeva il paese, la difformità  legislativa lungo la penisola, fu risolto con l’applicazione dell’ordinamenti legislativo piemontese sull’intero Paese.

Tra il 1861 e il 1865 il governo impiegò l’esercito in una repressione spietata contro il brigantaggio. Secondo le stime di alcuni giornali stranieri che si affidavano alle informazioni ufficiali del nuovo Regno d’Italia, dal settembre del 1860 all’agosto del 1861 ci furono nell’ex Regno delle Due Sicilie 8.964 fucilati, 10.604 feriti, 6.112 prigionieri, 13.529 arrestati, e più di 3.000 famiglie perquisite. Questo fu uno dei motivi che incoraggiarono l’emigrazione dalle regioni meridionali d’Italia.In politica estera, la Destra storica fu assorbita dai problemi del completamento dell’Unità d’Italia; il Veneto venne annesso al Regno d’Italia in seguito alla terza guerra d’indipendenza. Per quanto riguarda Roma, la Destra cercò di risolvere la questione con la diplomazia, ma si scontrò con l’opposizione di Papa Pio IX, di Napoleone III e della Sinistra. Alla caduta di Napoleone III dopo la guerra franco-prussiana, l’Italia attaccò lo Stato Pontificio e conquistò Roma, che diventò Capitale nel 1871. Il Papa si proclamò prigioniero e lanciò violenti attacchi allo Stato italiano, istigando una forte campagna anticlericale da parte della Sinistra. Il governo regolò i rapporti con la Santa Sede con la legge delle guarentigie, non riconosciute dal Papa. Il Pontefice non riconobbe la legge e vietò ai cattolici di partecipare alla vita politica italiana, secondo la formula “né eletti, né elettori” (non expedit). Dopo aver ottenuto una maggioranza schiacciante nelle elezioni del 1861, la Destra vide ridursi progressivamente i suoi consensi, pur mantenendo la maggioranza. Un voto parlamentare portò alla caduta del governo di Marco Minghetti, e al conferimento della carica di primo ministro ad Agostino Depretis, guida della Sinistra storica. Depretis formò un governo che, oltre all’appoggio della Sinistra, schieramento di cui faceva parte, si reggeva anche sull’appoggio di una parte della Destra, quella che aveva contribuito alla caduta del governo Minghetti. Nella sua azione di governo, Depretis cercò sempre ampie convergenze su singoli temi con settori dell’opposizione, dando vita al fenomeno del trasformismo.Proprio nello stesso anno si giunse alle elezioni politiche, che videro la vittoria della Sinistra storica, con leader Agostino Depretis, che fu confermato alla guida del governo. Finiva un’epoca: solo pochi anni dopo, Vittorio Emanuele II morì, e sul trono gli successe Umberto I.

La Sinistra perseguì una politica protezionista. Con la crisi economica in Europa (1873) crebbe la miseria dei braccianti, e questo provocò i primi scioperi agricoli. Il protezionismo si tradusse nell’intervento diretto dello Stato nell’economia. Furono aggiunti dazi doganali e furono concessi sussidi ai settori in difficoltà . Durante i governi della Sinistra furono sviluppate infrastrutture.Un’importante riforma riguardava l’istruzione, resa obbligatoria e gratuita fino ai nove anni di età . Fu aumentato anche il numero di elettori, tramite una legge del 1882 che concedeva diritto di voto a tutti i maschi, che avessero compiuto i 21 anni, sapessero leggere e scrivere oppure che avessero un determinato reddito da versare allo Stato. Con la suddetta riforma il corpo elettorale salì al 6,9% della popolazione italiana, rispetto al 2,2% del 1880.[15]Per ciò che concerne la politica estera Deprestis abbandonò l’alleanza con la Francia, a causa della conquista da parte dello stato d’oltralpe della Tunisia. L’Italia entrò quindi nella Triplice Alleanza, alleandosi con la Germania e l’Impero Austro-Ungarico. Favorì lo sviluppo del colonialismo italiano, innanzitutto con l’occupazione di Massaua in Eritrea.Dal 1901 al 1914 la storia e la politica italiana fu fortemente influenzata dai governi guidati da Giovanni Giolitti.Come neo-presidente del Consiglio si trovò a dover affrontare, prima di tutto, l’ondata di diffuso malcontento che la politica Crispina aveva provocato con l’ aumento dei prezzi. Ed è questo primo confronto con le parti sociali che si evidenziò la ventata di novità che Giolitti portò nel panorama politico a cavallo tra il XIX ed il XX secolo.

Non più repressione autoritaria, bensì accettazione delle proteste e, quindi, degli scioperi purché non violenti né politici. Come da lui stesso sottolineato in un discorso in Parlamento in merito allo scioglimento, in seguito ad uno sciopero, della Camera del lavoro di Genova, erano da temere le proteste violente e disorganiche, effetto di naturale degenerazione di pacifiche manifestazioni represse con la forza: «Io poi non temo mai le forze organizzate, temo assai più le forze disorganiche perché se su di quelle l’azione del governo si può esercitare legittimamente e utilmente, contro i moti inorganici non vi può essere che l’uso della forza». Contro questa sua apparente coerenza si scagliarono critici come Gaetano Salvemini che sottolinearono come nel Mezzogiorno d’Italia gli scioperi venissero invece sistematicamente repressi. L’intellettuale meridionale definì Giolitti un “ministro della malavita” proprio per questa sua disattenzione riguardo ai problemi sociali del Sud,[16] che avrebbe provocato un’ estensione del fenomeno del clientelismo di tipo mafioso e camorristico.In ogni caso resta innegabile la tendenza, sfondo di tutta la sua attività  politica, di spingere il parlamento ad occuparsi dei conflitti sociali al fine di comporli tramite opportune leggi.Per Giolitti infatti, le classi lavoratrici non dovevano essere considerate come pura opposizione allo Stato – come fino ad allora era avvenuto – ma occorreva riconoscere la loro legittimazione giuridica ed economica. Compito dello Stato quindi era anche quello di porsi come mediatore neutrale tra le parti. Lo Stato doveva rappresentare la moltitudine di lavoratori vessati fino alla miseria dall’iniqua legislazione fiscale e dello strapotere degli imprenditori nell’industria.Una delle innovazioni alla vita politica d’’Italia fu la corresponsione di una indennità ai parlamentari, che sino ad allora avevano svolto la loro funzione a titolo gratuito. Questo avrebbe consentito, almeno in linea teorica, una maggiore partecipazione dei meno abbienti alla carica di rappresentante del popolo.Per quanto riguarda l’aspetto finanziario della politica, Giolitti si preoccupò di risanare il bilancio dello Stato con una più equa ripartizione degli oneri sociali, al punto che il governo ridurre il tasso d’interesse dal 5% al 3,75% .

La lira godeva di una stabilità  mai prima raggiunta al punto che sui mercati internazionali la moneta italiana era quotata al di sopra dell’oro e addirittura era a volte preferita alla sterlina inglese. E tutto questo, nonostante gli ingenti esborsi di denaro pubblico per la realizzazione di grandi opere pubbliche come l’acquedotto pugliese, il traforo del Sempione (1906) , la bonifica delle zone di Ferrara e Rovigo.In politica estera, ci fu il riavvicinamento dell’Italia alla Triplice intesa di Francia, Regno Unito e Russia. Fu continuata la politica coloniale nel Corno d’Africa, e dopo la guerra italo-turca, furono occupate Libia e Dodecaneso. L’inizio del regno vide l’Italia impegnata anche in una serie di guerre di espansione coloniale. L’occupazione cominciò nel novembre 1869 con il padre lazzarista Giuseppe Sapeto che, avviò le trattative per l’acquisto della Baia di Assab. Il governo egiziano contestò tale acquisizione e rivendicò il possesso della baia: da ciò seguì una lunga controversia che si concluse solo nel 1882 dopo tre tentativi. L’iniziativa fu appoggiata dai governi di sinistra di Agostino Depretis e da una compagnia private guidata da Raffaele Rubattino. Il 10 marzo 1882 il governo italiano acquistò il possedimento di Assab, che il 5 luglio dello stesso anno diventò ufficialmente italiano.Oltre all’acquisizione di Assab da parte della società  Rubattino, lo stato italiano cercò di occupare il porto di Zeila, a quel tempo controllato dagli egiziani, ma con esito negativo. Quando gli egiziani si ritirarono dal Corno d’Africa nel 1884, i diplomatici italiani fecero un accordo con la Gran Bretagna per l’occupazione del porto di Massaua che assieme ad Assab formò i cosiddetti possedimenti italiani nel mar Rosso. Dal 1890 assunsero la denominazione ufficiale di Colonia Eritrea.L’interesse per la fondazione di colonie italiane continuò anche durante i governi di Francesco Crispi. La città  di Massaua diventò il punto di partenza per un progetto che sarebbe dovuto sfociare nel controllo del Corno d’Africa.

Agli inizi degli anni ’80 questa zona era abitata da popolazioni etiopiche, dancale, somale e oromo, autonome oppure soggette a dominatori. All’’epoca i signori della zona erano gli egiziani (lungo le coste del mar Rosso), alcuni sultanati (i più importanti furono gli Harar, gli Obbia, e i Zanzibar), emiri o capi tribali. Diverso il caso dell’Etiopia, allora retta dal Negus Neghesti (Re dei Re, cioè Imperatore) Giovanni IV, ma con la presenza di un stato relativamente autonomo nei territori del sud, retto da Menelik II.Attraverso i commercianti e gli studiosi italiani che frequentavano la zona, già  dagli anni Sessanta, l’Italia cercò di dividere i due Negus al fine di penetrare, prima politicamente e poi militarmente, all’interno dell’Etiopia. Tra i progetti ci fu l’occupazione della città  santa di Harar, l’acquisto di Zeila dai britannici e l’affitto del porto di Chisimaio, posto alla foce del Giuba, in Somalia. Tutti e tre i progetti non si conclusero positivamente.Nel 1889 l’Italia ottenne, tramite un accordo da parte del Console italiano di Aden con i i Sultani che governavano la zona, i protettorati su Obbia e su Migiurtina. Nel 1892 il Sultano di Zanzibar concesse in affitto i porti del Benadir (fra cui Mogadiscio e Brava) alla società commerciale “Filonardi”. Il Benadir, sebbene gestito da una società  privata, fu sfruttato dal Regno d’Italia come base di partenza per delle spedizioni esplorative verso le foci del Giuba e dell’Omo, e per ottenere il protettorato sulla città  di Lugh. A seguito della sconfitta e della morte dell’Imperatore Giovanni IV in una guerra contro i dervisci sudanesi (1889), l’esercito italiano occupò una parte dell’altopiano etiopico, compresa la città  di Asmara, sulla base di precedenti accordi fatti con Menelik il quale, con la morte del rivale, era riuscito a farsi riconoscere Negus Neghesti, cioè Re. Con il trattato che seguì, Menelik accettò la presenza degli italiani sull’altopiano etiope e riconobbe nell’Italia l’interlocutore privilegiato con gli altri paesi europei. Quest’ultimo riconoscimento fu interpretato dagli italiani come l’accettazione di un protettorato e negli anni seguenti sarà  fonte di discordie fra i due paesi.

La politica di progressiva conquista dell’Etiopia si concretizzò con la campagna d’Africa Orientale (1895-1896) e terminò con la sconfitta di Adua (1 marzo 1896). Fu uno dei pochi successi della resistenza africana al colonialismo europeo del XIX secolo. Anche dopo questa cocente sconfitta la politica coloniale nel Corno d’africa continuò con il protettorato sulla Somalia, dichiarata colonia nel 1905.Uno dei tentativi di creare un Impero coloniale oltre il Corno d’Africa era quello di un’’espansione che andasse dal mare Mediterraneo al golfo di Guinea. Il progetto non venne mai esplicitato pubblicamente, ma fu chiaro durante le trattative per il Trattato di Versailles (1919), dopo la prima guerra mondiale, che causò frizioni diplomatiche con la Francia. Per realizzare questa intenzione, avendo già formale possesso della Libia, il corpo diplomatico italiano chiese di avere la colonia tedesca del Camerun e cercò di ottenere, come compenso per la partecipazione alla guerra mondiale, il passaggio del Ciad dalla Francia all’Italia. Il progetto fallì quando il Camerun venne assegnato alla Francia e l’Italia ottenne solamente l’Oltregiuba, oltre a una ridefinizione dei confini tra la Libia e ed il Ciad, possedimento francese.Una delle richieste italiane durante il Trattato di Versailles dopo la prima guerra mondiale fu quella di annettere la Somalia Francese e il Somaliland in cambio della rinuncia alla partecipazione nella ripartizione delle colonie tedesche tra le forze dell’Intesa. Il tentativo non ebbe seguito. Fu l’ultima manovra dello stato liberale, prima del fascismo, relativa alla penetrazione nel Corno d’Africa.L’area del mar Rosso fu una delle zone che suscitò il maggior interesse dei governi della Sinistra italiana.Primo nucleo della futura colonia Eritrea fu l’area commerciale stabilita dalla società  Rubattino nel 1870 presso la baia di Assab. Abbandonata per quasi dieci anni, fu poi acquistata dallo stato italiano agli inizi degli anni Ottanta e assieme al porto di Massaua, occupato nel 1884, compose i possedimenti italiani del mar Rosso.Con il Trattato di Uccialli i possedimenti italiani vennero estesi nell’entroterra fino alle sponde del fiume Mareb.

Di conseguenza il 1 gennaio 1890 fu istituzionalizzato il possesso di quei territori con la creazione di una colonia retta da un Governatore e avente capoluogo la città di Asmara (climaticamente più confortevole per gli italiani rispetto a Massaua).La massima espansione dei suoi confini fu raggiunta agli inizi del 1896, quando il Governatore della colonia, Oreste Baratieri dovette tramutare in realtà il progetto di occupazione dell’entroterra etiopico. Nel 1894 aveva fatto occupare la città sudanese di Cassala, allora possedimento derviscio, mentre nel 1895 durante la campagna d’Africa Orientale, occupò ampie zone del Tigray, comprendenti la città di Axum. A seguito della sconfitta nella battaglia di Adua, i confini della colonia ritornarono ad essere quelli stabiliti dal Trattato e tali rimasero fino alla guerra d’Etiopia.Primo governatore non militare fu Ferdinando Martini a quel tempo convinto sostenitore della necessità per lo stato italiano di possedere colonie. A costui toccò il compito di ristabilire contatti pacifici con l’Etiopia, di migliorare i rapporti fra italiani e popolazioni indigene e di creare un corpo di funzionari che portasse avanti l’amministrazione della colonia. Fu grazie alla sua politica che la colonia ebbe degli Ordinamenti Organici e dei codici coloniali.La prima penetrazione italiana in Somalia fu stabilita nel sud del paese africano tra il 1889 e il 1890 come protettorato. Fu dichiarata colonia nel 1905. Nel giugno 1925 la sfera di influenza italiana venne estesa fino ai territori dell’Oltregiuba e le isole Giuba, fino ad allora parte del Kenya inglese e cedute come ricompensa per l’entrata in guerra a fianco degli Alleati durante la prima guerra mondiale.Nel 1901, come a molte altre potenze straniere, fu garantito all’Italia una concessione commerciale nell’area della città di Tientsin (l’odierna Tianjin) in Cina.

La concessione italiana, di 46 ettari, fu una delle minori concessioni concesse dal Celeste impero alle potenze europee. Dopo la fine della prima guerra mondiale la concessione austriaca nella stessa città fu inglobata in quella italiana. I termini di tale concessione vennero ridiscussi, e infine la stessa concessione venne di fatto sospesa, a seguito di un accordo tra la Repubblica Sociale Italiana e il governo filo-giapponese della Repubblica di Nanchino (che inglobò la concessione) nel 1943. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, la guarnigione italiana a Tientsin combatté contro i giapponesi, ma dovette poi arrendersi e pagare con la prigionia in Corea. La concessione di Tientsin, così come i quartieri commerciali italiani a Shanghai, Hankow e Pechino, furono formalmente soppressi con il trattato di pace del 1947.Dopo una breve guerra contro l’Impero ottomano nel 1911, l’Italia acquisì il controllo della Tripolitania e della Cirenaica, ottenendo il riconoscimento internazionale a seguito degli accordi del Trattato di Losanna. Le mire italiane sulla Libia, vennero appoggiate dalla Francia, che vedeva di buon occhio l’occupazione di quel territorio in funzione anti-inglese. Con il fascismo, alla Libia venne attribuito l’appellativo di quarta sponda, quando in realtà per gran parte degli anni ’20 fu impegnata in una sanguinosa pacificazione della colonia (durante la quale si fece ricorso ai gas asfissianti e alle deportazioni di massa).Tra l’aprile e l’agosto del 1912, durante la fase conclusiva della guerra in Libia contro l’Impero Ottomano, l’Italia decise di occupare dodici isole del mar Egeo sottoposte al dominio turco: il cosiddetto Dodecaneso.

A seguito del Trattato di Losanna, l’Italia poté mantenere l’occupazione militare delle dodici isole fino a quando l’esercito turco non avesse abbandonato completamente l’area libica. Questo processo avvenne lentamente, anche perché alcuni ufficiali ottomani decisero di collaborare con la resistenza libica, per cui l’occupazione dell’area nel mar Egeo venne mantenuta nei fatti fino al 21 agosto 1915, giorno in cui l’Italia, entrata nella prima guerra mondiale assieme le forze dell’Intesa, riprese le ostilità contro l’Impero Ottomano.Durante la guerra e l’occupazione italiana di Adalia l’isola di Rodi fu sede di un’importante base navale per le forze marine britanniche e francesi.Dopo la vittoria nella prima guerra mondiale, il Regno d’Italia intendeva consolidare formalmente la propria presenza nell’area dell’Egeo e lungo le coste turche. Tramite un accordo con il governo greco all’interno del Trattato di Sèvres del 1919, si stabilì che Rodi diventasse italiana anche dal punto di vista formale, mentre le altre undici isole sarebbero passate alla Grecia, come la totalità delle altre isole del mar Egeo. In cambio, l’Italia avrebbe ottenuto dallo stato greco il controllo della parte sud-ovest dell’Anatolia (Occupazione italiana di Adalia), che si estendeva da Konya fino ad Alanya e che comprendeva il bacino carbonifero di Adalia. La sconfitta dei greci nella guerra contro la Repubblica di Turchia nel 1922, rese impossibile l’accordo e l’Italia mantenne l’occupazione di fatto delle isole fino a quando, con il Trattato di Losanna del 1923, l’amministrazione dell’arcipelago non le fu riconosciuto internazionalmente.

L’isola di Saseno fu occupata il 30 ottobre 1914 dal Regno d’Italia, fino a quando, dopo la prima guerra mondiale, il 18 settembre 1920, grazie ad un accordo italo-albanese (accordo di Tirana del 2 agosto 1920, in cambio delle pretese italiane su Valona) e ad un accordo con la Grecia, entrò a far parte dell’Italia che la voleva per la sua posizione strategica.Fece prima parte della provincia di Zara (dal 1920 al 1941), poi nel 1941 entrò a far parte della provincia di Cattaro (Dalmazia). Occupata dai Tedeschi nel settembre del 1943 e dai partigiani albanesi nel maggio del 1944, l’isola venne restituita all’Albania per effetto del Trattato di Parigi del 10 febbraio (1947).Oggi sull’isola esiste un deposito e una caserma della Guardia Costiera aperta nel 1997 per reprimere i traffici illeciti tra l’Italia e l’Albania e restano le installazioni (incluso un faro e varie fortificazioni) costruite durante la precedente occupazione italiana.A seguito dell’uccisione di civili e militari italiani in Libia ed Etiopia, durante il dominio coloniale italiano in Africa furono commesse (anche se in misura inferiore a quanto fatto – ad esempio – da inglesi e francesi[18]) alcune atrocità  e crimini contro l’umanità. Nella prima guerra mondiale l’Italia rimase inizialmente neutrale, per poi scendere al fianco degli alleati il 23 maggio 1915 dopo la firma del segreto Patto di Londra.L’accordo prevedeva che l’Italia entrasse in guerra al fianco dell’Intesa entro un mese, ed in cambio avrebbe ottenuto, in caso di vittoria, il Trentino, il Tirolo fino al Brennero (Alto Adige), la Venezia Giulia, l’intera penisola istriana, con l’esclusione di Fiume, una parte della Dalmazia.Per quanto riguarda i possedimenti coloniale l’Italia avrebbe conquistato l’arcipelago del Dodecaneso (occupato, ma non annesso a colonia dopo la guerra italo-turca), la base di Valona in Albania , il bacino carbonifero di Adalia in Turchia, nonché un’espansione delle colonie africane, a scapito della Germania (l’Italia in Africa possedeva già  Libia, Somalia ed Eritrea).Lo stato italiano decise di entrare in guerra il 24 maggio 1915. All’alba dello stesso giorno l’Regio Esercito sparò il primo colpo di cannone contro le postazioni austro-ungariche a Cervignano del Friuli che, poche ore più tardi, fu la prima città conquistata.

Lo stesso giorno iniziò anche la guerra per mare. All’alba la flotta austro-ungarica bombardò la stazione ferroviaria di Manfredonia, e alle 23:56 colpì Ancona. Lo stesso 24 maggio cadde il primo soldato italiano, Riccardo di Giusto.Il comando dell’esercito venne affidato al generale Luigi Cadorna, che aveva come obiettivo il raggiungimento di Vienna passando per Lubiana[21]. All’alba del 24 maggio l’Regio Esercito sparò il primo colpo di cannone contro le postazioni austro-ungariche asserragliate a Cervignano del Friuli che, poche ore più tardi, divenne la prima città conquistata. All’alba dello stesso giorno la flotta austro-ungarica bombardò la stazione ferroviaria di Manfredonia; alle 23:56, bombardò Ancona. Lo stesso 24 maggio cadde il primo soldato italiano, Riccardo di Giusto.Il comando delle forze armate italiane fu affidato al generale Luigi Cadorna. Il fronte aperto dall’Italia ebbe come teatro le Alpi, dallo Stelvio al mare Adriatico. Lo sforzo principale per sfondare il fronte fu concentrato nella regione delle valli Isonzo, in direzione di Lubiana. Dopo un’iniziale avanzata italiana, gli austro-ungarici ricevettero l’ordine di trincerarsi e resistere. Si arrivò così a una guerra posizione simile a quella che si stava svolgendo sul fronte occidentale: l’unica differenza consisteva nel fatto che, mentre sul fronte occidentale le trincee erano scavate nel fango, sul fronte italiano erano scavate nelle rocce e nei ghiacciai delle Alpi fino ed oltre i 3.000 metri di altitudine. Nelle ultime battaglie dell’Isonzo, combattute alla fine del 1915, le perdite italiane ammontarono a oltre 60.000 morti e più di 150.000 feriti, equivalenti a circa un quarto delle forze mobilitate.L’inizio del 1916 fu caratterizzato dalla quinta battaglia dell’Isonzo che non portò ad nessun risultato. In scontri che seguirono gli austro-ungarici sfondarono in Trentino, occupando l’altopiano di Asiago.

Questa offensiva fu fermata a fatica dall’Esercito italiano che reagì con una controffensiva respingendo il nemico fino all’altopiano del Carso. Lo scontro fu chiamato battaglia degli Altipiani.Il 4 agosto 1916 fu conquistata Gorizia che, pur non essendo di importanza strategica, fu presa a caro prezzo (20.000 morti e 50.000 feriti). Anche le ultime tre battaglie combattute nell’anno non portarono a nessun guadagno strategico a fronte però di 37.000 morti e 88.000 feriti.Oltre la conquista di Gorizia, l’unico guadagno territoriale fu l’avanzamento del fronte di qualche chilometro in Trentino.Il 18 agosto 1917 iniziò la più imponente offensiva italiana nel conflitto, con 600 battaglioni e 5.200 pezzi d’artiglieria (a fronte, rispettivamente dei 250 e 2.200 austriaci). Nonostante lo sforzo la battaglia non portò a nessuna acquisto territoriale né tantomeno alla conquista di postazioni strategie. Ingente fu il prezzo pagato con il sangue (30.000 morti, 110.000 feriti e 20.000 tra dispersi o prigionieri).Nell’ottobre 1917 la Russia abbandonò il conflitto a causa della rivoluzione comunista. Le truppe degli Imperi Centrali furono spostate dal fronte orientale a quello occidentale.Visti gli esiti dell’ultima offensiva italiana e i rinforzi provenienti dal fronte orientale, austro-ungarici e tedeschi decisero di tentare l’avanzata.Il 24 ottobre gli austro-ungarici e i tedeschi ruppero il fronte convergendo su Caporetto e accerchiarono la 2a Armata comandato dal generale Luigi Capello.

Il generale Capello e Luigi Cadorna da tempo avevano il sospetto di un probabile attacco, ma sottovalutarono le notizie e l’effettiva capacità offensiva delle forze nemiche. Gli austriaci avanzarono per 150 km in direzione sud-ovest raggiungendo Udine in soli quattro giorni. L’unica armata che resistette al disastro[22] fu la 3a, guidata da Emanuele Filiberto di Savoia, cugino di Re Vittorio Emanuele III.La rottura del fronte di Caporetto provocò il crollo delle postazioni italiane lungo l’Isonzo, con la ritirata delle armate schierate dall’Adriatico fino alla Valsugana, in Trentino. I 350.000 soldati dislocati lungo il fronte si diedero a una ritirata disordinata assieme a 400.000 civili che scappavano dalle zone invase. Ingenti furono le perdite di materiale bellico. Inizialmente si tentò di fermare la ripiegamento portando il nuovo fronte lungo il fiume Tagliamento, con scarso successo, poi al fiume Piave, dove , l’11 novembre 1917, la ritirata ebbe fine anche grazie al diniego di Re Vittorio Emanuele III alla proposta di indietreggiare fino al Mincio.A seguito della disfatta, il generale Cadorna, nel comunicato emesso il 29 ottobre 1917, indicò, in modo errato e strumentale «la mancata resistenza di reparti della II armata» come la motivazione dello sfondamento del fronte da parte dell’esercito austro-ungarico. In seguito Cadorna, invitato a far parte della Conferenza intera alleata a Versailles, venne sostituito dal generale Armando Diaz, l’8 novembre 1917, dopo che la ritirata si stabilizzò definitivamente sulla linea del Monte Grappa e del Piave.La disfatta portò alcune conseguenze: Cadorna venne rimosso dall’incarico e sostituito dal maresciallo Armando Diaz nel ruolo di capo di stato maggiore. Oltre a Cadorna perse il posto anche il generale Luigi Capello, ritenuto principale responsabile della sconfitta. Un’altra effetto della disfatta l’ elevato malcontento nelle truppe. I disordini furono frequenti, e molti si concludevano con sommarie fucilazioni.La severa disciplina di Cadorna, i lunghi mesi in trincea e il disastro di Caporetto avevano fiaccato l’esercito.

Per i militari più religiosi furono anche determinanti le parole di papa Benedetto XV sull’inutile strage. Diaz, per fronteggiare questi problemi e per raggiungere la vittoria, cambiò completamente strategia. Innanzitutto alleggerì la disciplina ferrea. Secondariamente, essendo il nuovo fronte meglio difendibile di quello lungo l’Isonzo, puntò ad azioni mirate alla difesa del territorio nazionale, piuttosto che a sterili ma sanguinosi contrattacchi. Ciò il compattamento delle truppe e della nazione, presupposto per la vittoria finale. Già  nel 1917 furono chiamata alle armi la classe dei nati nel 1899 (i cosiddetti Ragazzi del ’99).Gli austro-ungarici fermarono gli attacchi in attesa della primavera del 1918, preparando un’offensiva che li avrebbe dovuti portare a penetrare nella pianura veneta.L’offensiva austro-ungarica arrivò il 15 giugno: l’esercito dell’Impero attaccò con 66 divisioni nella battaglia del solstizio (15 – 23 giugno 1918), che vide gli italiani resistere all’assalto. Gli austro-ungarici persero le loro speranze, visto che il paese era ormai a un passo dal tracollo, assillato dall’impossibilità di continuare a sostenere lo sforzo bellico sul piano economico e su quello sociale, data l’incapacità  dello Stato di farsi garante dell’integrità dello stato multinazionale asburgico. Con i popoli dell’impero asburgico sull’orlo della rivoluzione, l’Italia anticipò di un anno l’offensiva prevista per il 1919 per impegnare le riserve austro-ungariche ed impedire loro la prosecuzione dell’offensiva sul fronte francese.Da Vittorio Veneto, il 23 ottobre partì l’offensiva, con condizioni climatiche pessime. Gli italiani avanzarono rapidamente in Veneto, Friuli e Cadore e il 29 ottobre l’Austria-Ungheria si arrese. Il 3 novembre, a Villa Giusti, presso Padova l’esercito dell’Impero firmò l’armistizio; i soldati italiani entrarono a Trento mentre i bersaglieri sbarcarono a Trieste, chiamati dal locale comitato di salute pubblica, che però aveva richiesto lo sbarco di truppe dell’Intesa. Il giorno seguente, mentre il generale Armando Diaz annunciava la vittoria, venivano occupate Rovigno, Parenzo, Zara, Lissa e Fiume. Quest’ultima pur non prevista tra i territori nei quali sarebbero state inviate forze italiane venne occupata, come previsto da alcune clausole dell’Armistizio, in seguito agli eventi del 30 ottobre 1918 quando il Consiglio Nazionale, insediatosi nel municipio dopo la fuga degli ungheresi, aveva proclamato, sulla base dei principi wilsoniani, l’unione della città all’Italia. L’esercito italiano forzò comunque la linea del Trattato di Londra intendendo occupare anche Lubiana, ma fu fermato poco oltre Postumia dalle truppe serbe. I cinque reparti della Marina entravano a Pola.

Il giorno seguente venivano inviati altri mezzi a Sebenico che diventava la sede principale del Governo Militare della Dalmazia.L’ ultimo caduto italiano è stato il caporalmaggiore Giuseppe Pezzarossa di 19 anni appartenente alla 1º Sezione Mantova, colpito da una pallottola in fronte alle ore 15 a sud di Udine.L’Italia completò la sua riunificazione nazionale acquisendo il Trentino-Alto Adige, la Venezia Giulia, l’Istria ed alcuni territori del Friuli ancora irredenti. Queste regioni avevano fatto parte, fino ad allora, della Cisleitania nell’ambito dell’Impero Austro-Ungarico (ad eccezione della città  di Fiume, incorporata nel Regno d’Italia nel 1924 e posta in Transleitania).Il prezzo fu altissimo: 651.010 soldati, 589.000 civili per un totale 1.240.000 morti su di una popolazione di soli 36 milioni, con la più alta mortalità nella fascia di età compresa tra 20 e 24 anni.[23] [24] [25] Le conseguenze sociali ed economiche furono pesantissime: l’Italia con la sua economia basata sull’agricoltura perse una grossa fetta della sua forza-lavoro causando la rovina di moltissime famiglie.Tuttavia, l’Italia non vide riconosciuti i diritti territoriali acquisiti sulla Dalmazia con l’intervento a fianco degli alleati: in base al Patto di Londra con cui aveva negoziato la propria entrata in guerra, l’Italia avrebbe dovuto ottenere la Dalmazia settentrionale incluse le città di Zara, Sebenico e Tenin.

Tuttavia, in base al principio della nazionalità propugnato dal presidente americano Woodrow Wilson, la Dalmazia venne annessa al neocostituito Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni, con l’eccezione di Zara (a maggioranza italiana) e dell’isola di Lagosta, che con altre tre isole vennero annesse all’Italia.Dopo la Grande Guerra la situazione interna italiana era precaria: il trattato di pace firmato a Versailles non aveva portato a nessun vantaggio importante all’Italia. Non furono accolte nemmeno le richieste più moderate.Le casse statali erano quasi vuote anche perché la lira durante il conflitto aveva perso buona parte del suo valore, a fronte di un costo della vita aumentato di almeno il 450%. Scarseggiavano le materie prime e le industrie faticavano a convertire la produzione bellica in produzione di pace e ad assorbire l’abbondanza di manodopera accresciuta dai soldati di ritorno dal fronte.Per questi motivi nessun ceto sociale era soddisfatto, e soprattutto tra i benestanti s’insinuò il il timore di una possibile rivoluzione comunista, sull’esempio russo. L’estrema fragilità socio-economica portò spesso a disordini, che il più delle volte venivano stroncati con metodi sbrigativi e sanguinari dalle forze armate.Tra gli strati sociali più scontenti e più soggetti alle suggestioni ed alla propaganda nazionalista che, a seguito del Trattato di Pace, si infiammò ed alimentò il mito della vittoria mutilata, emersero le organizzazioni di reduci ed in particolare quelle che raccoglievano gli ex-arditi (truppe scelte d’assalto), presso le quali, al malcontento generalizzato, si aggiungeva il risentimento causato dal non aver ottenuto un adeguato riconoscimento per i sacrifici, il coraggio e lo sprezzo del pericolo dimostrati in anni di duri combattimenti al fronte.Con la fine della I guerra mondiale ed essendo l’Italia risultata vittoriosa nel conflitto, alla conferenza di pace di Parigi richiese che venisse applicato alla lettera il patto (memorandum) di Londra, che preveda l’annessione anche della Dalmazia così non fu a causa del parere contrario del presidente americano Wilson. La Francia inoltre non vedeva di buon occhio una Dalmazia italiana poiché avrebbe consentito all’Italia di controllare i traffici provenienti dal Danubio. Il risultato fu che le potenze dell’Intesa alleate dell’Italia opposero un rifiuto e ritrattarono quanto promesso nel 1915.Incontro tra Benito Mussolini e Gabriele D’Annunzio, il poeta attivo nella Prima Guerra Mondiale ed anche nella lotta per l’indipendenza di Fiume.

L’Italia fu divisa sul da farsi, e Vittorio Emanuele Orlando abbandonò per protesta la conferenza di pace di Parigi. Le potenze vincitrici furono così libere di disegnare il nuovo confine orientale dell’Italia senza che essa presenziasse, e applicarono il trattato di Londra secondo il loro giudizio; la Dalmazia, che pure fu occupata militarmente dall’Italia dalla fine della prima guerra mondiale alla prima conferenza di pace di Parigi, fu assegnata al neonato regno dei Serbi, Croati, e Sloveni, la Jugoslavia.