• Maggio 27, 2020

Gli anni dello squadrismo

Nel movimento, oltre agli arditi, confluirono anche futuristi, nazionalisti, ex combattenti d’ogni arma ma anche elementi di dubbia moralità. Appena 20 giorni dopo la fondazione dei Fasci le neonate squadre d’azione si scontrarono con i socialisti e assaltarono la sede del giornale socialista L’Avanti!, devastandola: l’insegna del giornale fu divelta e portata a Mussolini come trofeo. Nel giro di qualche mese le squadre fasciste si diffusero in tutta Italia dando al movimento una forza paramilitare.

Per due anni l’Italia fu percorsa da nord a sud dalle violenze dei movimenti politici rivoluzionari contrapposti di fascismo e bolscevismo che iniziarono a contendersi il campo, sotto lo sguardo di uno stato pressoché incapace di reagire tanto agli scioperi e alle occupazioni delle fabbriche da parte bolscevica, quanto alle “spedizioni punitive” degli squadristi. Frattanto, il 19 settembre, Gabriele d’Annunzio spingeva dei reparti del Regio Esercito ad ammutinarsi e a seguirlo a Fiume, dove manu militare installò un governo rivoluzionario con l’obbiettivo di affermare l’italianità  del comune carnero. Questa azione fu d’esempio per il movimento fascista che immediatamente simpatizzò per il Vate, anche se Mussolini non intese offrire alcun reale appoggio alla causa dei legionari.

L’azione fascista – inizialmente minoritaria, legata a poche azioni dimostrative e di resistenza alle provocazioni socialiste – iniziò ben presto a svilupparsi con spregiudicatezza e violenza: la componente militare largamente prevalente nelle squadre conferì a queste una netta superiorità  negli scontri coi bolscevichi, che ben presto – sebbene notevolmente più numerosi – subirono l’urto delle camicie nere. La sistematica campagna fascista di distruzione dei centri di aggregazione bolscevica e di intimidazione dei membri del PSI – assieme alla contemporanea politica sotterranea condotta da Mussolini nei confronti dei partiti moderati – portarono il socialismo massimalista ad una crisi, mentre parallelamente cresceva la forza numerica e il morale dei Fasci di Combattimento. Così, mentre nel gennaio 1921 il Partito Socialista Italiano si disgregava (dando vita tra gli altri al Partito Comunista Italiano), il 12 novembre 1921 nasceva il Partito Nazionale Fascista (PNF), trasformando il movimento in partito e accettando alcuni compromessi legalitari e costituzionali con le forze moderate. In quel periodo il PNF giunse ad avere ben 300.000 iscritti (nel momento di massima espansione il PSI aveva superato di poco i 200.000 iscritti) forte anche dell’appoggio dei latifondisti emiliani e toscani. Proprio in queste regioni le squadre guidate dai ras furono più determinate a colpire i sindacalisti e i socialisti, intimidendoli con la famigerata pratica del manganello e dell’olio di ricino, o addirittura commettendo omicidi che restavano il più delle volte impuniti. In questo clima di violenze, alle elezioni del 15 maggio 1921 i fascisti ottennero a sorpresa 45 seggi. La celebrità  del partito crebbe ancora quando i sindacati proclamarono per il 1 agosto 1922 uno sciopero generale come ritorsione per degli scontri avvenuti a Ravenna: i fascisti per ordine di Mussolini sostituirono gli scioperanti facendo fallire la protesta. Con questa mossa si guadagnarono credibilità e quasi una sorta di simpatia da parte dell’opinione pubblica italiana. Nell’agosto del 1922 gli abitanti di Parma, con epicentro nel quartiere popolare di Oltretorrente, organizzati dagli Arditi del Popolo, comandati da Guido Picelli e Antonio Cieri riuscirono a resistere alle squadre fasciste guidate da Italo Balbo, futuro “trasvolatore atlantico”. Si tratta dell’ultima resistenza all’incalzare del fascismo.

Marcia su Roma e primi anni di governo

Dopo il Congresso di Napoli, in cui 40.000 camicie nere inneggiarono a marciare su Roma, Mussolini si vide costretto ad agire: il momento parve propizio, ed un forte contingente di 50.000 squadristi venne radunato nell’alto Lazio e spinto dai quadrumviri contro la Capitale, il 26 ottobre 1922. Mentre l’Esercito si preparava a fronteggiare il colpo di mano fascista (con Badoglio principale sostenitore della linea dura) il re Vittorio Emanuele III impedì questo ulteriore bagno di sangue che avrebbe precipitato il paese in una seconda guerra civile, e non firmò il decreto di stato d’emergenza. Le camicie nere marciarono sulla Capitale il 28 ottobre. Il 30 ottobre, dopo la Marcia su Roma, il re incaricò Benito Mussolini di formare il nuovo governo. Il capo del fascismo lasciò  Milano per Roma, ed immediatamente si mise all’opera. A soli 39 anni Mussolini diveniva presidente del consiglio, il più giovane nella storia dell’Italia unita. Il nuovo governo comprendeva elementi dei partiti moderati di centro e di destra e militari, e – ovviamente – molti fascisti. Fra le prime iniziative intraprese dal nuovo corso politico vi fu il tentativo di “normalizzazione” delle squadre fasciste – che in molti casi continuavano a commettere violenze -, provvedimenti a favore dei mutilati e degli invalidi di guerra, drastiche riduzioni della spesa pubblica, la riforma della scuola (Riforma Gentile), la firma degli accordi di Washington sul disarmo navale, e l’accettazione dello status quo col regno di Iugoslavia circa le frontiere orientali e la protezione della minoranza italiana in Dalmazia. Nei primissimi mesi del Governo Mussolini venne anche istituito il Parco Nazionale del Gran Paradiso.

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