Il problema della rappresentatività alla fine della guerra: l’Italia nel caos

Le nuove formazioni (comprese le rinate prefasciste), per quanto velocemente riorganizzate con strutture adeguate, non potevano presentarsi al confronto delle idee con il sostegno di un qualsiasi segno di delega politica, non avevano cioè nessuna documentata prova di rappresentare alcuno: non essendosi tenute elezioni, non si sapeva quale fra i partiti potesse disporre del seguito più importante presso la cittadinanza.

Ciò costituiva evidentemente un limite estremamente grave della vita politica italiana, che non offriva maggiori contributi di un mero dibattito ideologico teorico. Questo però fu valutato comunque positivamente rispetto alla precedente assenza assoluta di dibattito: il fermento era qualcosa di più del nulla, sebbene la vita nazionale fosse tuttora decisa dagli ambienti militari. I partiti che poi avrebbero dato vita alla Repubblica, va notato, unanimemente prospettavano il completamento dell’eradicazione del fascismo, la lotta alla Germania nazista e la riacquisizione dei territori del Nord, (soggetti alla RSI), alla giurisdizione nazionale del cosiddetto “Regno del Sud”. Il comune progetto riguardava una Penisola antifascista, sotto un sistema politico almeno non contrastante con gli schemi imposti dalle forze alleate. Non vi erano al Sud sostenitori dell’idea fascista organizzati in partiti (o almeno non ebbero – o non intesero avere – alcuna visibilità ), restando loro solo la strada dell’arruolamento volontario nelle forze della RSI o filo-fasciste, fra le quali un certo seguito ebbe la Xª Flottiglia MAS, che pure, almeno in quella fase, cercò di tenersi discosta dalle ideologie, richiamandosi piuttosto a tematiche di onore nazionale e rifuggendo dal “voltafaccia” in cui sintetizzavano la non limpida condotta badogliana. Al Nord, invece, gli oppositori erano coloro che desideravano sopprimere l’idea fascista, e che non potendosi, analogamente, aggregare in formazioni politiche, ebbero la sola scelta di collaborare con la nascente lotta partigiana. Ed uno degli ambiti in cui il problema della rappresentatività  dei partiti italiani fu più stringente, fu proprio quello della lotta partigiana, nella quale concorrevano a comporre le forze coordinate dal Comitato di liberazione Nazionale (CLN); era questo, effettivamente, l’unico ambito nel quale lo spontaneismo, che i partiti andavano per necessità  coltivando, poteva esprimersi con evidenze fattuali, poiché nella lotta popolare in armi contro il nazi-fascismo si situava l’obiettivo concreto del momento, l’intento più concretamente attuabile, usando i vasti spazi lasciati liberi dall’esigua azione governativa, ormai sottoposta a sommessa gerarchia alleata dall’armistizio e privata della forza militare dallo sbando. Nel CLN, che si organizzava come forza armata spontanea, si ebbero naturalmente diversità  di vedute e di interpretazioni circa le azioni da compiere ed il modo di realizzarle. Non solo a livello di tattica, ma anche, e più profondamente, a livello di strategia. Ciò anche perché, intravistane l’utilità potenziale, le nazioni dell’alleanza (che amavano chiamarsi “Nazioni Unite”) separatamente fra loro cercarono di influenzare l’andamento di tutta questa potenza militare, ciascuno secondo le proprie prospettive almeno di medio termine. La maggior parte delle componenti partigiane fu infiltrata da agenti stranieri, e le fratture fra le varie componenti (vi fu una “resistenza bianca”, di tendenza cattolica e meglio vista dagli americani, e ve ne fu una “rossa”, di tendenza comunista e meglio vista dai sovietici – tutte equanimemente infiltrate di agenti inglesi) furono sempre ricucite con la forza dei nervi in sede di dirigenza del CLN. Anche il Comitato, però, ebbe momenti di scarsa serenità  con il CLNAI, la sua divisione per l’Alta Italia. Una sorta di pseudo-legittimazione pareva perciò venire dall’eventuale supporto ricevuto, per minimo o simbolico o anche casuale che fosse, dalle potenze straniere, il cui “riconoscimento” veniva enfatizzato, spesso come presunta prova a sé bastante. Ma la sostanza non cambiava, non vi erano ragioni per poter considerare un partito più importante di altri e ciascuna idea valeva le altre. Quando perciò prese corpo l’idea avanzata dal Partito Repubblicano di discutere la forma dello stato (ovviamente per modificarla nel senso che dava nome al movimento) come condizione preliminare per la collaborazione in seno al CLN, pur non prevedendosi una grande rappresentatività  futura del partito (mentre ne era inalterato, e forse accresciuto, il prestigio storico), si aprì comunque una questione che rischiò di frastornare una già  labile alleanza fra compagini di molto diverse.

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