Lo Statuto Albertino e l’Italia liberale, agli albori della repubblica

La costituzione dell’Italia prima del 1946 era lo Statuto albertino, promulgato nel 1848 da Carlo Alberto, allora re di Sardegna. A suo tempo, la concessione dello Statuto aveva rappresentato un notevole avvicinamento della (allora) piccola monarchia sabauda verso le istanze pre-risorgimentali, e costituiva un passaggio reputato necessario, sebbene poi svolto in forme ben valide, prima di volgersi alla costruzione dello stato nazionale.

Nel 1861, quando in seguito all’Unità  al Regno di Sardegna successe il Regno d’Italia, lo statuto non fu modificato (non era prevista una revisione costituzionale) e resta dunque il cardine giuridico al quale si sottometteva anche il nuovo stato nazionale. Prevedeva un sistema bicamerale, con il Parlamento suddiviso nella Camera dei Deputati, elettiva (ma solo nel 1911 si sarebbe giunti, con Giolitti, al suffragio universale maschile), e nel Senato, di sola nomina regia. Fattore fondamentalmente innovativo di questa Carta era la rigida definizione di alcune delle facoltà  e di alcuni degli obblighi delle istituzioni (re compreso), riducendo la discrezionalità  delle scelte operate dalle alte cariche dello stato ed introducendo un abbozzo di principio di responsabilità  istituzionale. L’equilibrio di potere tra Camera e Senato era inizialmente sbilanciato a favore del Senato, che raccoglieva la buona nobiltà  e qualche grande industriale di buone frequentazioni (lo Statuto prevedeva delle categorie fisse fra le quali il re poteva eleggere i senatori). Via via la Camera assunse maggiore importanza, in funzione sia dello sviluppo della classe borghese e del consenso che questa doveva sempre più necessariamente porgere alla classe politica, sia della necessità  di produrre copiosa normativa di dettaglio, cui meglio poteva contribuire un ceto politico proveniente dalle classi a contatto con l’applicazione quotidiana di quelle norme. Nel 1914, allo scoppio della prima guerra mondiale, l’Italia poteva essere annoverata tra le democrazie liberali, benché le tensioni interne, dovute alle rivendicazioni delle classi popolari, insieme alla non risolta questione del rapporto con la Chiesa cattolica, per i fatti del 1870 (presa di Porta Pia e occupazione di Roma), lasciassero ampie zone d’ombra.