Il fascismo e Vittorio Emanuele III

La conclusione della guerra, nel 1918, vide le tensioni all’interno del Paese cambiare di ragioni, allargandosi ad argomenti sociali: da una parte stavano le classi popolari, organizzate dai partiti di orientamento marxista, che spingevano per l’ottenimento di maggiori diritti anche sulla spinta della rivoluzione russa, dall’altra si stringevano invece le componenti liberali e conservatrici, che temevano appunto un’evoluzione in tal senso della società  italiana. In questo contesto si inserì il movimento nazionalista, fondato da Mussolini, dei Fasci italiani di combattimento che in breve alle tematiche della vittoria tradita avrebbe unito, sotto la spinta e l’appoggio dell’alta borghesia sia terriera che industriale, quelle della contrapposizione alle idee della sinistra. Nel 1922, in occasione della Marcia su Roma, il re Vittorio Emanuele III rifiutò di decretare lo stato d’assedio predisposto dal primo ministro Luigi Facta e, contro la prassi, designò Benito Mussolini come primo ministro.La nomina, seppur non contraria allo Statuto, che attribuiva al re ampio potere di designare il governo, era appunto contraria alla prassi che si era instaurata nei decenni precedenti. Il fascismo avrebbe presto cancellato molte libertà  e molti diritti civili, instaurò la dittatura e ruppe, per origine e per seguito, la tradizione parlamentare (e per questo è considerato una rivoluzione). La posizione del cittadino al cospetto delle istituzioni vide durante il fascismo una duplicazione della sottomissione prima dovuta al re, ed ora anche al duce, e si fece più labile la condizione di pariteticità  fra i cittadini (e fra questi e le istituzioni), allontanandosi da principi democratici già  raggiunti. La rappresentanza fu fortemente (se non assolutamente) condizionata, vietando tutti i partiti e le associazioni che non fossero controllate dal regime (eccezion fatta per quelle controllate dalla Chiesa cattolica, comunque soggette a forti condizionamenti), giungendo a trasformare la Camera dei Deputati in Camera delle Corporazioni, in violazione dello Statuto. In tutti questi anni, da parte del potere regio non vi fu alcun esplicito tentativo di opporsi alla politica del governo fascista.